31 marzo 2015
Una donna senza uomo è
è come un naso senza officina
un capitombolo senza la mitria
un dizionario senza benzina
un parafulmine senza la cipria.
Una donna senza uomo è
un perizoma senza pignatta
un pipistrello senza culatta
un pomodoro senza ciabatta
un purosangue senza cravatta.
Una donna senza uomo è
un paralume senza bagnino
un palissandro senza orecchino
un palinsesto senza zerbino
un partigiano senza girino.
Una parentesi senza diuretico
donna è
Una pellicola senza capezzolo
c’est une femme
Una piramide senza solletico
woman is
Una polemica senza corbezzolo
es mujer
mentre un uomo senza donna
mentre un uomo senza donna
che cazz’è?
che cazz’è?
che cazz’è?
Parole e Musica di Meri Lao - 1979
dal film di Fellini “La Città delle Donne”
15 marzo 2015
Mocciosa.
Che la vedevo giocare la Settimana,
"Am", "Salàm", "Am", "Salàm", a gamba zoppa,
sotto i portici, "Permesso?", "Salta", "Riga"
e ogni tanto, sugli scalini della Rosvilla,
da sola, Grande pesca, Cento lire,
io avevo vent'anni, lei otto,
passavo di lì, ecco cento lire,
cosa c'è da vincere? ho pescato un "Topolino",
un timbro rotto, m'avessero detto allora:
la sposerai, che era una mocciosa,
con le trecce, le ginocchia sbucciate,
e all'improvviso,
da un mese all'altro, cosa dico? da un giorno all'altro,
una domenica è stato, mi ricordo, nel Borgo,
chiacchieravamo, passa questa ragazza,
in minigonna di pelle, che mi sono girato, cosa? è la Cristina? non ci credevo,
dopo, niente, così, ci siamo visti,
è passato un anno, due anni, e poi quella sera
a Savignano, al veglione dei cacciatori,
quel valzer lento, abbiamo cominciato con un valzer lento,
lei come una piuma, a spalle nude, fresca,
facciamo anche quest'altro ballo?
abbiamo ballato tutta la notte, sempre insieme,
la mattina alle sei ballavamo ancora,
poi di fuori l'ho baciata, ci siamo baciati,
e mi dava dei lei, ma dammi del tu,
con quel nasino schiacciato, e dei denti bianchi
quando rideva,
che rideva per niente,
era tutto nuovo, per lei, andavamo a mangiare
dal Goloso, al cinema a Rimini, alla partita
a Cesena, avevo una millecento rossa,
lei stava accoccolata sul sedile,
ti piace? chiudeva gli occhi,
e io l'ho rispettata, non lo so, forse
perché a me m'avevano sempre scelto le donne,
facevano loro, io ci stavo,
sposate, col moroso, ci divertivamo,
mezze parole, segni, minuti contati,
le donne degli altri, in fondo, i mariti, i morosi,
sono come degli allenatori, vengono da te
che fioriscono, - ma stavolta,
non m'era mai successo, la guardavo,
eravamo solo io e lei,
era la mia, tutta, anche i pensieri,
piccola, tenera, stava in una mano, come un passerotto da nido,
dovevo insegnarle tutto, io, tutto,
e a Roma
in albergo, la prima notte,
seduta sulla sponda del letto, cosa fai? ma piangi?
dei goccioloni, hai paura?
devi averla, sono una bestia, io, mordo,
ti mangio, ma adesso basta,
basta piangere, su, ma insomma cos'è successo
a questa bambina? e in quel momento, come un lampo,
è stata la fine dei mondo, e adesso? cosa faccio?
sudavo, avevo freddo, ma come può essere stato?
andavo avanti e indietro, no, è lo stesso,
niente, non voglio saper niente, nemmeno con chi,
mi pareva come se mi camminassero sopra,
che ridessero, al caffè, poi tutti quei discorsi:
oggi non siamo più
nel medioevo, il mondo,
ma cosa c'entra il mondo? cosa volete da me?
che non sta in piedi, questa, non combina,
che qui non combina niente,
ero fermo
alla finestra, si vedevano tutti coppi,
una strada stretta, un lampione che ballava,
ha cominciato a piovere, di vento,
un'acqua, riluceva giù per i vetri,
ho sentito camminare,
m'è venuta vicino, stavamo lì,
senza dir niente, in piedi, 'sti due disgraziati,
in una camera d'albergo, a Roma, di notte,
e fuori una burrasca,
mi ha toccato,
come involontariamente, con un gomito,
ma è stata lì, ci sentivamo, faceva chiaro,
e sempre un'acqua,
mi ha appoggiato la testa alla spalla,
le ho messo una mano tra i capelli,
senza pensarci, m'è venuto così,
mi scivolavano fra le dita, come seta,
era quasi giorno, s'è sentita andar su
una saracinesca, mi ha preso la mano,
ci siamo incrociate le dita, abbiamo cominciato a parlare,
in silenzio, con le mani,
la testa, mi strisciava contro la spalla,
sotto il collo, poi con la schiena, poi con le gambe,
tutta attaccata, le ho preso la faccia,
un velluto, ho cominciato a stringere, le facevo male?
cattivo, con tutt'e due le mani, l'ho baciata,
come fosse la prima volta, e lei uguale,
mi graffiava con le unghie, poi a letto,
occhi chiusi, l'ho morsicata sul serio, piangi pure,
s'è rivoltata, m'è venuta sopra, pugni,
pugni, pugni, - poi è stato un gioco,
io sempre più cattivo, baci dappertutto,
ci inseguivamo, ci prendevamo, era giorno,
la finestra, abbiamo chiuso tutto,
accendevamo la luce la spegnevamo,
ci cercavamo nel buio, era una guerra, ci dicevamo nomacci, ridevamo, poi seri,
ridere, seri, ridere, abbiamo sentito chiacchierare
nel corridoio, ssst!, aspetta, in punta di piedi
sono andato alla porta, ho aperto, piano piano,
quattro dita, una spanna
ho guardato, tutto chiuso, non c'era un'anima, e ho messo
alla maniglia di fuori quel cartellino:
Non disturbare,
da Ad nòta, Raffaello Baldini, 1995, 2011 Sugaman; traduzione dello stesso Baldini
Testo originale in dialetto di Santarcangelo di Romagna:
28 febbraio 2015
Sei stagioni
Un’altra cosa che potreste fare, come optional, è rendervi conto che ci sono sei stagioni, non quattro. La poesia delle quattro stagioni è completamente sbagliata per questa parte del pianeta, ecco forse perché siamo quasi sempre così depressi. Insomma, spesso e volentieri la primavera non sembra affatto primavera, e novembre non c’entra niente con l’autunno, e così via. Ecco la verità sulle stagioni: la primavera sono maggio e giugno! Cosa c’è di più primaverile di maggio e giugno? L’estate sono luglio e agosto. Fa un caldo boia, no? L’autunno è settembre e ottobre. Le vedete le zucche? Sentite l’odore di quel falò di foglie secche. Poi viene la stagione chiamata «Chiusura». È il periodo in cui la natura chiude i battenti. Novembre e dicembre non sono l’inverno. Sono la chiusura. Poi arriva l’inverno, gennaio e febbraio. Accidenti! Quanto sono freddi! E poi cosa arriva? Non la primavera. La riapertura. Che altro potrebbe essere aprile?
[da Quando siete felici, fateci caso, di Kurt Vonnegut, minimum fax, 2015]
20 ottobre 2014
Pietre antartiche
Lì comincia tutto:
del Polo Sud che fischia,
da Las piedras de Chile, Pablo Neruda, 1960; Traduzione di Francesco Beltramini
Per dire, Neruda scriveva cose così. Brava la Medeiros (vedi qui), ma questa l'ho praticamente scelta a caso e tradotta come posso, cioè male.
(A proposito della traduzione: invece che 'solo' negli ultimi versi nella prima versione avevo tradotto 'lastricò' - avevo letto solò invece che sòlo. Non veniva male comunque.... Il vento lastricò il vuoto bianco....)
31 marzo 2013
05 marzo 2013
Manchette
Io ci sono delle volte che consiglio a degli amici qualcosa che magari mi entusiasma in quel periodo o magari stiamo parlando di qualcosa e vien fuori che secondo me la persona con cui sto parlando dovrebbe leggere un determinato autore, o un libro, o vedere un film che ho visto da poco e che secondo me potrebbe aiutarlo a capire meglio qualcosa di quello che mi ha detto, oppure fare un corso, che nei corsi si conosce della gente e si imparano delle cose.
Poi dopo, magari, dopo degli anni, capita che io e quella persona ci ritroviamo: io c'è della gente che un po' forse per colpa di internet, non incontro molto. Magari li vedo ogni anno o anche ogni due anni; in dei casi ci sentiamo anche spesso sempre per colpa di internet e quindi magari non perdo di familiarità, in dei casi no. Dopo poi, magari dopo degli anni, dicevo, ci rincontriamo con quella persona che mi dice: «Eh, ma allora, cos'hai letto di Manchette di recente?». «Di chi?» chiedo, ma non perché io non sappia chi sia Manchette, figuriamoci, lo so benissimo chi è Manchette, ma non mi ricordavo di averne parlato con quella persona lì. «Di Manchette». «Eh, di Manchette. Di Manchette è molto che non leggo niente. Mi piaceva Manchette? Lo sai che non mi ricordo? Ho letto uno o due romanzi di Manchette. È bravo, Manchette!»
Mi consola il fatto che poi delle volte sono io la vittima delle dimenticanze altrui. Oggi chattavo con una ex collega e capa, per un'estate avevo lavorato per lei, insieme ad un altro tipo, il suo fidanzato dell'epoca. Le ho detto di salutarmelo, se lo vedeva ancora, e che a me lui aveva insegnato tanto, anche se forse non lui non si ricordava neanche di me. «Te lo saluto, certo. Ma anche secondo me, lui, non si ricorda di te.»
21 febbraio 2013
Tre poemi falsamente attribuiti a Pablo Neruda
http://www.fundacionneruda.org/es/pablo-neruda/preguntas-frecuentes/104-tres-poemas-falsamente-atribuidos-a-pablo-neruda-.html
(link consultato il 20/02/2013)
Almeno tre poemi di diversi autori vengono attribuiti, già da alcuni anni, a Pablo Neruda, conquistando una considerevole diffusione in rete.
Uno di questi, "Muore lentamente", è stato utilizzato, intero o riportandolo parzialmente, come saluto per l'anno nuovo e in messaggi di altro tipo, crescendo così in notorietà e giungendo ad essere riportato in diversi articoli sulla carta stampata. Questo poema è della scrittrice brasiliana Martha Medeiros, autrice di diversi libri e cronista del quotidiano Zero hora di Porto Alegre. E' stato pubblicata con il titolo "A morte devagar", su questo giornale nel novembre del 2000.
Un altro di questi poemi è "E' vietato", che apparve la prima volta in Internet il 23 Luglio del 2001 nella pagina deusto.com (tale sito risulta al momento inesistente o intattivo, NDT). Il suo autore, Alfredo Cuervo Barrero ha chiarito che il poema che circola attualmente non è propriamente quello originale, bensì una sua versione menomata. Il testo è iscritto nel registro delle proprietà intellettuali di Vizcaya a suo nome con il numero BI -13- 03. In internet ci sono quasi ventimila attribuzioni di questa poesia a Neruda.
Infine c'è il poema "Non lamentarti mai" (conosciuto in italiano anche come Non incolpare nessuno, in spagnolo viene chiamato Nunca te quejes, NDT). Non sappiamo chi sia il suo autore.
Non sappiamo neanche i motivi per cui si attribuiscono queste poesie a Pablo Neruda. Se si leggono i tre testi è evidente che hanno tutti un tono edificante, prescrittivo, nel quale si avverte una qualche parentela con la letteratura di autoaiuto incongrua con l'epoca di Neruda. Senza sminuire questi poemi, l'opera di Pablo Neruda è molto lontana da questo tipo di poesia nel tono, nel linguaggio e nelle immagini che crea.
Darío Oses
Direttore della Biblioteca della Fundación Pablo Neruda
Ho tradotto e messo in rete questo breve testo per fare chiarezza anche per il pubblico italiano su questo tema. Ho mandato una mail alla Fondazione Pablo Neruda per informarli di questa mia iniziativa e chiedere loro il permesso di riprodurre qui parte del loro sito. Non è mia intenzione violare alcun copyright.
25 maggio 2012
Fanno sempre così
20 dicembre 2011
A proposito.
Sto pensando di comprarmi una macchina usata. Mi è sembrato sensato come prima mossa comprare la rivista quattroru0te. Poi in effetti, pensandoci, sono andato anche sul sito della rivista. Nel settore macchine usate c'è un comoda funzione che permette di impostare diversi parametri di ricerca: marca, alimentazione, provincia, prezzo eccetera, altri due o tre parametri. Il parametro prezzo, per le machine usate, e diviso in sei fasce. Da uno a diecimila euri, da diecimila euri a ventimila euri, da ventimila euri a trentamila euri, da trentamila euri a cinquantamila euri, da cinquantamila euri a settantacinquemila euri, da settantacinquemila euri in su. Per carità, ammetto che l'indigenza che mi contraddistingue possa viziare un po' il mio giudizio, ma insomma, a me non pare sensato che ci sia, per le macchine usate, un'unica fascia fino a diecimila euri. Sono l'unico che trova che ci sia una bella differenza tra quattromila e ottomila euri? Sono l'unico che pensa che spendere più di ventimila euri per una macchina usata dovrebbe essere considerato criminale o magari anche patologico?
09 dicembre 2011
Che razza di personalità?
(Da Matthew Crawford, Il lavoro manuale come medicina dell'anima, perché tornare a riparare le cose da sé può renderci felici, Milano, Mondadori, 2010, p.9)
04 dicembre 2011
A latere
L'Italia non si appropriò se non del fiorentino scritto, e anche di questo fin dove poteva senza sforzo o con sforzi tollerabili. Ciò ebbe i suoi effetti specialmente sulla pronuncia, alcuni vezzi della quale, come il cosiddetto 'c' aspirato di fico o il 'c' e il 'g' sibilante di pace e regina, non significati dalla scrittura, restaron regionali. Avvenne anche di più. Essendosi dai toscani smesso di scriver bascio, camiscia, perché codesto mite suono [sc] non si cambiasse con quello più gagliard [ssc] che è in fascia, mentre invece è pari a quello toscaneggiante di pace, ne derivò che quegli italiani che pronunzian pace con un vero 'c', ossia con quel che i Toscani stessi fan sentire in selce o in faccia, lo estesero anche a bacio e camicia. I quali però, venendo da basium e camisia non si pronuncian con un vero 'c' in nessun dialetto.... La pronunzia insomma che di bacio o fagiuolo si suol fare in gran parte di Italia, se non è conforme al toscano, non segue nemmeno le parlate locali, ed è una creazione tutta letteraria.
(Si notino a latere i quattro puntini in stile manzoniano)
22 novembre 2011
Doveva decidere lui
(Da Gilda Larocca, La Radio Cora di Piazza d'Azeglio e le altre due stazioni radio, Firenze, Giuntina, 2004, pp. 35-36)
18 novembre 2011
Notte invernale
Quando le montagne si tolgono il camice bianco arrivano in visita gli uccelli. Il medico prende l' oscurità e la versa in una tazza, poi scompare nella notte invernale del suo ufficio. Fuori volteggia un tempo alato, dall' azzurro cristallino a una spiaggia tenebrosa. La neve sui pendii si risveglia dal suo sonno. Quando gli uccelli se ne vanno la feccia viene gettata via. L'azzurro esiliato bussa alla finestra. Nel buio dormono alberi silenziosi.
Da Angeli dell'universo di Einar Már Guðmundsson
14 novembre 2011
Post impopolare.
03 ottobre 2011
[...]
For hope would be hope for the wrong thing; wait without love,
For love would be love of the wrong thing; there is yet faith
But the faith and the love and the hope are all in the waiting.
Wait without thought, for you are not ready for thought:
So the darkness shall be the light, and the stillness the dancing.
da East Coker di T.S.Eliot
[...]
Ho detto alla mia anima, stai quieta, e attendi senza speranza
Perché la speranza potrebbe essere speranza per la cosa sbagliata; aspetta senza amore,
Perché l'amore potrebbe essere amore per la cosa sbagliata; c'è ancora fede
Ma la fede e l'amore e la speranza sono tutti nell'attesa.
Aspetta senza pensare, perché non sei pronta a pensare:
Così l'oscurità sarà la luce e la quiete sarà la danza.
13 settembre 2011
Grato olezzo
Il cattivo odore prodotto dagli sparagi si può convertire in grato olezzo di viola mammola, versando nel vaso da notte alcune gocce di trementina.
(Da Pellegrino Artusi, La Scienza in cucina e l'Arte di mangiar bene, Firenze, Giunti, 1991, p. 299)
08 settembre 2011
Presto
03 settembre 2011
Da Il lavoro culturale
Il problema delle origini ha sempre sedotto e affaticato la mente di saggi, sapienti e intellettuali: origini dell'uomo, delle specie, della società; origini del male e della disuguaglianza. Dalle origini di una città o di una religione si son calcolati gli anni, e dire "originale" significa riconoscere un merito. Insomma pare - e chissà poi per quale ragione - che alla gente importi più del passato, incapace ormai di far male ad alcuno, che dell'avvenire, del prossimo avvenire, sempre, come ben sappiamo, minaccioso e incombente.
Luciano Bianciardi, Il lavoro culturale, Milano, Feltrinelli, 1964. p.5
04 giugno 2011
Essere governato
(da Pierre-Joseph Proudhon, Idée générale de la Révolution au XIXe siècle (1851), Paris, Rivière, 1923; trad. it. L'idea generale di rivoluzione nel XIX secolo, Firenze, Centro Editoriale Toscano, 2001.)


